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Versione | pag. 133 n. 223 → L’apologo di Menenio Agrippa

Mirum Iter 2

Pagina numero: 133

Versione numero: 223

L’apologo di Menenio Agrippa

Sembrò opportuno, dunque, che alla plebe fosse mandato come oratore Menenio Agrippa, un uomo eloquente e caro alla plebe poiché era proveniente da là (ossia: “perché proveniva dalla classe popolare”). Egli venne fatto entrare nell’accampamento, e, con quel modo di parlare primitivo e disadorno, raccontò che, nel tempo in cui nell’uomo tutte le parti non pensavano, come ora, all’unisono, ma i singoli organi avevano ciascuno una sua intelligenza e una sua voce, le restanti parti, indignate, si lamentarono per il fatto che con la loro premura, la loro fatica e il loro servizio facevano tutto a vantaggio del ventre, e che il ventre, ozioso al centro (del corpo), non faceva nient’altro che godere di piaceri dati; (raccontò che) esse pattuirono, di conseguenza, che le mani non portassero il cibo alla bocca, che la bocca non accettasse il cibo dato, che i denti non masticassero le cose che ricevevano. (Raccontò che) con questa furia, mentre avrebbero voluto piegare il ventre per mezzo della fame, insieme (ad esso) le stesse membra e l’intero corpo giunsero al logoramento. (Raccontò che) apparve evidente, di conseguenza, che anche quella del ventre non era una funzione oziosa e che esso non veniva nutrito più di quanto nutrisse, dal momento che rimandava verso tutte le parti del corpo questo sangue grazie al quale viviamo e abbiamo forza, equamente distribuito nelle vene. Da ciò, con il paragonare quanto la rivolta interna del corpo fosse simile alla collera della plebe contro i senatori, egli placò le menti degli uomini.

Versione tratta da: Livio
Pag. 133 n. 223

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