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Versione | pag. 418 n. senza numero → Orazio Coclite

Verba Manent 1

Pagina numero: 418

Versione numero: senza numero

Orazio Coclite

Poiché i nemici ormai arrivavano, i Romani dai campi si trasferiscono nella città; recingono la città stessa per mezzo di barriere, ma il ponte Sublicio per poco non diede possibilità di passaggio ai nemici: in quel momento difficile un unico uomo, Orazio Coclite, difese la sorte della città di Roma. Egli infatti, mentre si trovava per caso collocato a guardia del ponte, vide i nemici che arrivavano di corsa dal Gianicolo e si dirigevano verso il ponte, mentre invece i soldati Romani, atterriti dall’inaspettato assalto dei nemici, abbandonavano le armi e le fila, e fuggivano. Orazio si sforzava invano di trattenere i suoi e li avvertiva a gran voce: O soldati, se fuggirete nella città e lascerete alle vostre spalle il ponte integro, per di là (ossia: “attraverso il ponte”) i nemici potranno entrare in città e impadronirsi di Roma. Se invece volete frenare l’assalto dei nemici, interrompete il ponte con il fuoco, con il ferro e con ogni mezzo! Io, mentre voi taglierete il ponte, sosterrò da solo l’assalto dei nemici. Quindi, si sposta alla testa del ponte, e, combattendo valorosamente corpo a corpo contro i nemici, li sbalordisce con il prodigio stesso della sua temerarietà. Il senso dell’onore, tuttavia, trattenne insieme a Coclite due soldati Romani, Sp. Larcio e T. Erminio, ambedue illustri per nascita ed imprese. Egli sostenne per un po’ insieme a loro il primo turbine del pericolo; poi Coclite costrinse anche quegli stessi a ritirarsi al sicuro, e coloro che alle spalle tagliavano il ponte li richiamavano a gran voce. A quel punto Orazio Coclite, da solo, da lì volgeva intorno gli occhi torvi in maniera minacciosa verso i capi degli Etruschi, ed ora li sfidava uno per uno, ora li scherniva tutti (insieme). I nemici indugiarono per un po’, mentre si guardavano intorno l’un l’altro; poi la vergogna spronò l’esercito e, con grande schiamazzo, essi scagliarono (→ presente storico) le frecce contro l’unico nemico. Ormai, con l’assalto, i nemici si accingevano a mettere in fuga l’eroe, ma il frastuono del ponte rotto (ossia: “del ponte che crollò”) e lo schiamazzo dei Romani frenarono l’attacco dei nemici. Allora Coclite disse: O padre Tiberino, io ti prego in maniera devota, accogli con il fiume favorevole me e le mie armi! E così si gettò nel Tevere con le armi e, dalle molte frecce, giunse a nuoto, illeso, presso i suoi. La cittadinanza fu riconoscente nei confronti di un valore tanto grande: infatti, nel comizio, venne collocata una statua di Orazio Coclite.

Versione tratta da: Livio
Pag. 418 n. senza numero

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