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Lingua e Cultura Latina 2 - pag. 213 n. 136 → Il lamento di Euclione

Lingua e Cultura Latina 2

Pagina numero: 213

Versione numero: 136

Il lamento di Euclione

Sono morto, sono perduto, sono finito. Dove correrò? Dove non correrò? Prendilo, prendilo! (Prendi) Chi? Chi (prende)? Non lo so. Non vedo nulla; vado cieco, e davvero non riesco a capire con animo sicuro dove io vada, o dove io sia, o chi io sia. Io vi scongiuro di essermi – prego e supplico – d’aiuto, e di indicarmi l’uomo, chi l’abbia rubata. Che cosa c’è? Perché ridete? Vi conosco tutti, so che qui ci sono parecchi ladri, che si nascondono sotto l’abito e il trucco, e stanno seduti come se fossero (uomini) per bene. Che cosa dici tu? Ho deciso di crederti, dal volto infatti capisco che tu sei onesto. Oh! Nessuno di questi ce l’ha? Mi hai ucciso. Ebbene, di’: chi ce l’ha? Non lo sai? Ahimè sventurato! Sono miseramente andato in rovina! Io, sulla terra, sono il più disperato di tutti; a che cosa serve infatti la vita a me, che ho perso così tanto oro, che con zelo ho custodito? Ora, dunque, altri gioiscono della mia disgrazia e del mio danno. Non posso tollerarlo.

Versione tratta da: Plauto

Pag. 213 n. 136

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