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Il Nuovo Latino a Colori 1 - pag. 327 n. 23 → La drammatica eruzione del Vesuvio

Il Nuovo Latino a Colori 1

Pagina numero: 327

Versione numero: 23

La drammatica eruzione del Vesuvio

I
Si sollevava dal monte Vesuvio una nube, talora bianca, talora sporca e screziata, secondo che trasportasse terriccio o cenere. La flotta si trovava a Miseno. La cenere pioveva ormai sulle navi, alquanto calda e fitta, piovevano ormai anche pomici e pietre nere, riarse e spaccate dal fuoco. Nel frattempo dal Vesuvio sfolgoravano in numerosi punti vastissime lingue di fuoco ed alti incendi, il bagliore e la luminosità dei quali erano accresciuti dall’oscurità della notte. Le case vacillavano per le continue ed enormi scosse. All’aperto si temeva di nuovo la caduta delle pietre, anche se leggere e corrose. Il giorno era ormai altrove, là (c’era) una notte più buia e più oscura di ogni notte, che, tuttavia, torce numerose e varie luci diradavano. Per molti giorni precedenti c’era stato il terremoto, e quella notte crebbe d’intensità. Mia madre fece irruzione nella mia camera; restammo nel cortile della casa, che separava per un breve tratto il mare dalle abitazioni. Chiedo un’opera di Tito Livio e leggo, per così dire, in pace. Era ormai l’ora prima del mattino, e la giornata era incerta, e come languida. Subito i tetti vennero scrollati.

II
Soltanto allora usciamo dalla città; il popolo tiene dietro, sbigottito. Allontanatici dall’abitato, ci arrestiamo. Patiamo molti avvenimenti sconcertanti, molti spaventi. Difatti il mare si ritrae su se stesso, ed è spinto indietro dal terremoto. Di certo il litorale era avanzato, e tratteneva sulle rive asciutte molte bestie marine. Dall’altra parte, una nube fosca e spaventosa si squarciava in allungate forme di fiamme. E, non molto dopo, quella nube discese sulle terre, coprì i mari. Mi guardo indietro: alle spalle incombeva una densa caligine che, spandendosi a terra come un torrente, ci seguiva. Udivo le grida delle donne, le invocazioni d’aiuto dei bambini, le urla degli uomini; alcuni cercavano con le voci i genitori, altri i figli, altri ancora i coniugi, e dalle voci li riconoscevano. Riapparve una debole luce: non era tuttavia il giorno, ma l’indice del fuoco che si avvicinava. E il fuoco in realtà si arrestò abbastanza lontano; nuovamente le tenebre, nuovamente la cenere, tanta e opprimente. Scuotevamo incessantemente via la cenere. Infine quella caligine, assottigliatasi, si disperse in fumo o nebbia; poi (fu) vero giorno; anche il sole splendette, ma era livido. Tutte le cose erano state trasformate, ed erano state nascoste dall’alta cenere, proprio come dalla neve. Ritornati a Miseno, trascorremmo una notte inquieta e dubbiosa per la speranza e per la paura. La paura prevaleva; il terremoto, infatti continuava, e moltissimi, impazziti, sbeffeggiavano con profezie tremende sia le sventure proprie che le altrui.

Versione tratta da: Plinio il Giovane

Pag. 327 n. 23

→ Nubes e Vesuvio monte oriebatur, candida interdum, interdum sordida et maculosa prout terram cineremve sustulerat …

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