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LL - Seconda Edizione - pag. 351 n. 4 → I prodromi del ratto delle Sabine

LL - Seconda Edizione

Pagina numero: 351

Versione numero: 4

I prodromi del ratto delle Sabine

Ormai lo Stato Romano era forte a tal punto da essere, nella guerra, pari a qualsiasi delle popolazioni limitrofe. Però, a causa della penuria di donne, la potenza di Roma sarebbe stata destinata a durare solo per una generazione (per hominis aetatem = “per l’arco della vita di un uomo”), perché non c’erano né speranza di prole in patria, né matrimoni con i confinanti. Allora, su decisione dei senatori, Romolo mandò degli ambasciatori alle popolazioni vicine, affinché chiedessero l’alleanza e il diritto di matrimonio con il nuovo popolo. Gli ambasciatori sostenevano che anche le città, come tutte le altre cose, sorgono dal basso; e che, poi, quelle città che il proprio valore e gli dèi sostengono (ossia: “quelle città che sono sostenute dal proprio valore e dagli dèi”), si costruiscono una grande autorità e una grande rinomanza; e che gli dèi di certo erano stati propizi all’origine Romana e che il valore non sarebbe venuto meno. Gli ambasciatori, insomma, speravano che i vicini sarebbero stati tanto sicuri della gloria Romana da voler mescolare (con essa) il sangue e la discendenza. Da nessuna parte l’ambasceria fu ascoltata con benevolenza: a tal punto temevano la crescente potenza Romana per sé stessi e per i loro discendenti.

Versione tratta da: Livio

Pag. 351 n. 4

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