Cassius
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D Silanum virum fortem atque strenuum certo scio quae dixit studio …

Latino ad hoc 2

Pagina numero: 251

Versione numero: 27

Cesare è contrario alla pena di morte per i Catilinari

So con certezza che D. Silano, uomo coraggioso e valoroso, quello che ha detto, lo ha detto per attaccamento allo Stato, e che, in una circostanza così importante, egli non ha usato favoritismi o antipatie: conosco i costumi e la moderazione dell’uomo. Tuttavia, la sua proposta, a me sembra non crudele – chi mai, infatti, potrebbe credere che qualcosa di crudele possa essere fatto a uomini così (ossia: “a uomini tanto scellerati”) – però estranea al nostro Stato (cioè “lontana dai valori dello Stato”). Infatti, senz’altro la paura, oppure il torto (ricevuto), hanno indotto te, o Silano, console designato, a scegliere un tipo di pena singolare. Perché dovrei parlare di paura? È superfluo, soprattutto perché, grazie all’impegno di un uomo illustrissimo, il console, guarnigioni difensive molto grandi si trovano in armi. In merito alla punizione, di certo potrei dire qualcosa, e vale a dire che, nel lutto e nelle sventure, la morte è la fine dei tormenti, non una tortura, ed essa fa scomparire tutti i mali dei mortali; nessuno potrebbe credere che, al di là di essa, ci sia spazio per la sofferenza o per la gioia. Ma, in nome degli dèi immortali, per quale ragione nella proposta non hai aggiunto che nei loro confronti si procedesse prima con la flagellazione? Forse perché vieta ciò la legge Porcia? Ma altre leggi impongono, alla stessa maniera, che ai cittadini condannati non si tolga la vita, ma che essi siano mandati in esilio. O forse perché essere flagellati è più duro che essere uccisi? Ammettiamo pure che ciò sia vero: tuttavia, cosa c’è di crudele o troppo duro nei confronti di uomini riconosciuti colpevoli di un crimine così grande? Ora, qualcuno potrebbe accusarmi di voler liberare i Catilinari? No. Ma credo così: i loro averi devono essere confiscati, e loro devono essere tenuti in carcere e mandati in esilio.

Versione tratta da: Sallustio

Pag. 251 n. 27

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