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Versione | pag. 235 n. 27 → Dolore di Plinio davanti al destino dei suoi schiavi

Il Tantucci Plus 2

Pagina numero: 235

Versione numero: 27

Dolore di Plinio davanti al destino dei suoi schiavi

Mi hanno afflitto le malattie dei miei schiavi, anche le morti, e soprattutto dei giovani. Due consolazioni, per nulla equiparabili a un così grande dolore, ma tuttavia consolazioni, rimangono: una è la (mia) propensione a liberare (gli schiavi) – mi sembra, infatti, di non aver perduto del tutto prematuri quelli che ho perduto già liberi – la seconda, che permetto anche agli schiavi di fare delle specie di testamenti, e li custodisco come legittimi. Essi tabiliscono e chiedono ciò che sembra (loro) opportuno; io obbedisco come a dei comandi. Spartiscono, donano, fanno lasciti, purché all’interno delle mura domestiche; infatti, per gli schiavi, la casa è una sorta di Stato e, per così dire, una città. Ma, benché io trovi sollievo per mezzo di queste consolazioni, mi affliggo e mi abbatto, per via di quella medesima umanità che mi ha indotto a consentire questo stesso comportamento. Eppure non per questo io vorrei diventare più insensibile. Né ignoro che altri definiscono accidenti di tal genere nulla più che un danno, e perciò si credono uomini grandi e saggi. Non so se costoro siano grandi e saggi; uomini, non lo sono. Infatti, è proprio dell’uomo essere afflitto dal dolore, sentirlo, e tuttavia opporvi resistenza ed ammettere delle consolazioni, non (è proprio dell’uomo) non aver bisogno di consolazioni.

Versione tratta da: Plinio il Giovane
Pag. 235 n. 27

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